Incontro con la dottoressa Cassasa: un medico italiano impegnato nel canale di Sicilia

Il 6 maggio 2015, si è tenuto presso il nostro liceo un incontro tra gli studenti che aderiscono al progetto Mediterraneo e la dottoressa Cassasa. La dottoressa ci ha raccontato  la sua esperienza sulle navi della marina italiana impegnate nel salvataggio dei migranti prima con la missione MARE NOSTRUM, conclusasi il 31 ottobre 2014 e ora alla missione TRITON.

Durante questo incontro, abbiamo avuto l’opportunità di fare alcune domande al nostro ospite  riguardo il suo lavoro e il problema dell’immigrazione in Italia.

La dottoressa Cassasa ci ha  spiegato che i medici come lei vengono mandati sulle navi militari di supporto per soccorrere i migranti che arrivano sulle coste italiane. Queste persone viaggiano su barconi in condizioni igieniche pessime, malnutriti, disidratati e spesso malati, inoltre, alcuni di essi muoiono durante il tragitto. Purtroppo, con il nuovo progetto Triton, le apparecchiature a disposizione dei medici sono piuttosto limitate, i viveri sono scarsi e centinaia di migranti  devono condividere un solo bagno.  Questo perché, mentre la missione Mare nostrum aveva come obiettivo il salvataggio dei migranti, la nuova  missione Triton ha come  scopo invece la difesa delle frontiere. Anche la comunicazione è difficile: con  la missione Mare Nostrum si metteva a disposizione sulle navi di soccorso  degli interpreti, ora la comunicazione avviene attraverso gesti e – se si è fortunati –  qualche parola di inglese. Purtroppo solo pochi migranti conoscono l’inglese, in particolare i ricchi siriani, altri, invece, sono più diffidenti a parlare, come gli africani, dunque si chiede a qualcuno di fare da tramite. I medici registrano i dati identificativi, che verranno verificati dalla polizia una volta giunti in Italia.

Quando i migranti raggiungono i porti italiani, vengono smistati nei centri d’accoglienza liberi e, dopo un breve periodo, partono per raggiungere qualche parente o, semplicemente, vanno in cerca di lavoro per iniziare la loro nuova vita.

Una cosa che ci ha alquanto scioccati, è il rapporto tra queste persone: i migranti si dispongono nel piccolo spazio dei barconi  in modo tale da stare lontano da popolazioni considerate “nemiche” o  “inferiori” (i neri africani sono discriminati rispetto ai palestinesi e agli arabi di pelle bianca e viaggiano sepolti nelle stive in condizioni disumane). Non c’è spesso rispetto e pietà per le donne  perché in alcune culture esse sono ritenute inferiori e, seppur incinte, vengono trattate come tutti gli altri passeggeri. Il modo in cui vengono trattati i migranti si basa anche sul denaro posseduto: i siriani, ad esempio, essendo più ricchi, pagano di più il viaggio ma viaggiano in condizioni migliori dei neri africani che “valgono di meno”

Sui barconi, non è possibile portare bagagli, quindi gli immigrati si mettono addosso diversi strati di vestiti e prendono il cibo necessario per il viaggio. Su questi barconi, viaggiano sia famiglie sia bambini, donne o uomini soli che, mandati dai loro villaggi, se sopravvivono, dovranno lavorare e inviare denaro;    queste persone arrivano ad imbarcarsi in Libia dopo aver viaggiato per anni, anche quattro o cinque anni: partono dall’Africa centrale e attraversano il deserto a piedi. Le donne nere spesso subiscono violenze e maltrattamenti sia durante il lungo viaggio dai trafficanti di uomini che sui barconi, da parte degli scafisti. E’ per questo motivo che spesso affrontano il viaggio in gravidanza  Gli scafisti , che si occupano del traffico di migranti, a volte restano a bordo del barcone e vengono catturati, ma in  molti casi abbandonano  il mezzo, e le persone che trasporta, alla deriva, rimanendo al sicuro sulla nave madre entro le acque territoriali libiche.

Com’è possibile dedurre, i migranti pur dovendo affrontare questi ostacoli, sono disposti a lasciare il loro Paese per cercare una vita migliore: di fronte alla prospettiva di  una morte certa (molti sono in fuga dalla guerra) preferiscono correre il rischio di una morte probabile in mare.

Alla domanda “Perché lascia la famiglia e il suo lavoro per giorni per aiutare queste persone?” la dottoressa ha risposto: “Prima di tutto lo faccio per me stessa; perché a un certo punto ho sentito che di fronte a queste cose non si può sempre rimanere a guardare o delegare gli altri”.

Ringraziamo di cuore la signora Cassasa per averci donato parte del suo tempo e la sua testimonianza, e  ringraziamo tutte le persone che, come lei, hanno deciso di fare qualcosa di concreto per aiutare coloro che sono in difficoltà.

 

Mare Nostrum 14 luglio 2014 copia – Piccola

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